Una misteriosa “medusa” su Marte? La spiegazione arriva dai raggi cosmici
Marte continua a regalarci immagini capaci di accendere la fantasia. Nel corso degli anni, i rover Curiosity e Perseverance hanno fotografato rocce e strutture che, viste da una certa prospettiva, sembrano teste umane, ossa, funghi o costruzioni geometriche. Quasi sempre, però, la spiegazione è molto più semplice: si tratta di formazioni rocciose.
Un’immagine ripresa dal rover Curiosity il 20 agosto 2023 presenta però qualcosa di più insolito. Sul lato sinistro del panorama marziano compare una sagoma scura che ricorda una medusa sospesa nell’aria, con una sorta di tentacoli rivolti verso il basso. Un’immagine suggestiva, tanto da evocare persino le macchine marziane della “Guerra dei mondi” di H.G. Wells.
Naturalmente, non si tratta di una creatura aliena.
Secondo i tecnici della NASA, l’ipotesi più probabile è che la “medusa” non si trovasse affatto nel paesaggio marziano, ma sia stata generata direttamente all’interno della fotocamera del rover. Un raggio cosmico, cioè una particella ad altissima energia proveniente dallo spazio, potrebbe aver colpito il sensore al silicio della NavCam producendo l’insolita traccia nell’immagine.
C’è un indizio particolarmente convincente. Curiosity aveva fotografato la stessa scena con la stessa fotocamera 13 e 25 secondi prima, e in entrambe le immagini la misteriosa figura era completamente assente.

Sulla Terra siamo relativamente protetti dai raggi cosmici grazie al campo magnetico del pianeta e alla nostra atmosfera. Marte, invece, non possiede un campo magnetico globale e la sua atmosfera ha appena lo 0,5% della massa di quella terrestre. I rover che operano sulla superficie sono quindi molto più esposti alle particelle energetiche provenienti dallo spazio.
Quando una di queste particelle colpisce il sensore di una fotocamera può produrre macchie, strisce luminose, puntini o altri artefatti. Curiosity ne registra con una certa regolarità. In alcuni casi possono apparire anche come anomalie scure, proprio come quella osservata nell’immagine della “medusa”.
Questa spiegazione mi ha ricordato un’esperienza personale. Durante la mia missioni del 1996 a bordo dello Space Shuttle Columbia, mentre mi trovavo nella mia cuccetta con gli occhi chiusi, vidi improvvisamente un breve bagliore luminoso. Era un fenomeno noto agli astronauti: particelle energetiche provenienti dallo spazio possono interagire con il nostro sistema visivo e produrre la sensazione di lampi di luce anche a occhi chiusi.
È un piccolo esempio di quanto le radiazioni cosmiche, nello spazio, smettano di essere un concetto astratto. Possono lasciare una traccia nei sensori di una fotocamera, come probabilmente è successo a Curiosity, ma possono anche essere percepite direttamente da chi si trova in orbita.
Non esiste ancora una conferma definitiva che in questo caso specifico il responsabile sia stato proprio un raggio cosmico: potrebbero essere coinvolti anche altri artefatti della fotocamera o dell’elaborazione dell’immagine. Ma una cosa sembra molto probabile: il fenomeno è avvenuto nel sistema di ripresa, non sulla superficie di Marte.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante della storia. Non abbiamo bisogno di meduse aliene o misteriose piramidi per rendere Marte affascinante. Abbiamo robot che esplorano un altro pianeta, fotografano la sua geologia e, occasionalmente, registrano persino il passaggio di particelle che hanno attraversato enormi distanze cosmiche prima di colpire i loro sensori.

