La corsa alla Luna: timori per un sorpasso cinese

Il 3 settembre, durante un’audizione al Senato americano, l’ex amministratore della NASA Jim Bridenstine ha lanciato un avvertimento destinato a far discutere: «È altamente improbabile che gli Stati Uniti riescano a riportare astronauti sulla Luna prima della Cina».
Al centro delle critiche c’è Starship, il super-razzo riutilizzabile di SpaceX scelto dalla NASA come veicolo di allunaggio per le missioni Artemis 3 e 4. Secondo l’ex amministratore, l’architettura risulta troppo complessa: una missione lunare con Starship richiederà infatti numerosi lanci di rifornimento in orbita terrestre, un processo difficile e rischioso che potrebbe rallentare l’intero programma Artemis.
Bridenstine ha inoltre ricordato che la decisione fu presa nel 2021, in un momento in cui la NASA era guidata da un amministratore ad interim. All’epoca, la scelta venne giustificata dal costo nettamente inferiore offerto da SpaceX rispetto ai concorrenti Blue Origin e Dynetics. Tuttavia, secondo Bridenstine, un amministratore nominato ufficialmente non avrebbe mai approvato un’architettura così rischiosa.

Schema delle operazioni richieste per l’allunaggio della missione Artemis 3

Durante l’audizione, altri esperti hanno espresso preoccupazioni analoghe. Allen Cutler, a capo della “Coalition for Deep Space Exploration”, ha avvertito che ulteriori ritardi potrebbero portare gli Stati Uniti a «cedere la Luna alla Cina», sottolineando come Pechino abbia già sperimentato un prototipo di “lander” destinato a trasportare astronauti sul suolo lunare.
L’ex generale della Space Force John Shaw ha invece sollecitato l’elaborazione di una «grande strategia spaziale unificata» che integri economia, esplorazione e sicurezza nazionale, avvertendo che la Cina sta già applicando un piano coerente e di lungo periodo per il sistema Terra-Luna.
Anche Bill Nye, volto noto della divulgazione scientifica e oggi presidente della Planetary Society, ha espresso timori: «Il programma cinese per la Luna è già avanti. Con i tagli proposti alla NASA rischiamo di restare indietro. La Cina pianterà la sua bandiera al polo sud lunare e sarebbe un duro colpo per gli Stati Uniti».
Il dibattito riflette tensioni profonde. Alcuni testimoni sono stati esclusi dal panel del Senato, anche per evitare critiche troppo dirette al razzo Space Launch System (SLS) e alla capsula Orion, tuttora pilastri del programma Artemis. Nel frattempo, il Congresso ha stanziato oltre 4 miliardi di dollari per acquistare due nuovi SLS destinati alle missioni Artemis 4 e 5.
Le incertezze sull’architettura di Artemis e sui fondi disponibili rischiano però di ripercuotersi anche sulle collaborazioni internazionali. Alcuni partner degli “Artemis Accords” hanno già manifestato perplessità. L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha espresso timori per possibili decisioni unilaterali da parte della NASA e ha ribadito l’intenzione di ridurre le proprie dipendenze dal programma Artemis. Anche l’agenzia giapponese JAXA, pur confermando l’impegno, ha sottolineato la necessità di un dialogo costante per valutare le conseguenze di eventuali modifiche infrastrutturali, come i possibili tagli al Lunar Gateway.
Il confronto tra Stati Uniti e Cina appare ormai come una vera e propria corsa alla Luna, non solo tecnologica ma anche politica e strategica. Pechino punta ufficialmente ad allunare entro il 2030, ma diversi osservatori ritengono che potrebbe anticipare i tempi.
Intanto, tra dubbi sulle scelte tecniche di Artemis, indeterminatezze sui finanziamenti e crescenti timori geopolitici, il rischio che la Cina arrivi per prima al polo sud lunare diventa sempre più concreto. Non sarebbe soltanto una vittoria scientifica, ma un trionfo geopolitico destinato a pesare sugli equilibri globali.

 

 

Articolo pubblicato nella sezione Post di HUFFPOST (05 settembre 2025)

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