50 anni dalla missione Viking 1 che ha rivoluzionato le nostre idee su Marte
Il 20 luglio 1969 Neil Armstrong e Buzz Aldrin mettevano piede sulla Luna. Sette anni più tardi, lo stesso giorno, un’altra impresa storica si compiva su un altro mondo: l’atterraggio di Viking 1, la prima sonda a posarsi con successo sulla superficie di Marte e a operare a lungo sul pianeta. La missione della NASA rappresentò una svolta non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche scientifico, perché inaugurò la ricerca diretta di possibili forme di vita extraterrestre e pose le basi dell’astrobiologia moderna.
Per secoli Marte aveva alimentato miti e speculazioni. Alla fine dell’Ottocento l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli osservò sulla superficie marziana sottili strutture lineari che definì canali. La traduzione inglese del termine in canals suggerì erroneamente che si trattasse di opere artificiali realizzate da una civiltà intelligente, dando origine a uno dei più celebri miti astronomici. Solo nel 1965 la sonda Mariner 4 mostrò per la prima volta immagini ravvicinate del pianeta, smentendo definitivamente questa ipotesi.
Bisognò però attendere un altro decennio per raggiungere il vero traguardo: il 20 luglio 1976 Viking 1 atterrò con successo su Marte. Il lander sovietico Mars 3 era riuscito a toccare il suolo nel 1971, ma aveva trasmesso dati solo per pochi secondi prima di interrompere ogni comunicazione.
La missione Viking comprendeva due veicoli in orbita marziana e due sonde destinate all’atterraggio. Gli orbiter realizzarono una mappatura fotografica globale del pianeta, mentre i lander erano equipaggiati con strumenti per analizzare rocce, suolo, atmosfera e condizioni meteorologiche. Soprattutto, ospitavano i primi esperimenti progettati specificamente per cercare tracce di vita su un altro pianeta.

Viking 1 superò ampiamente la durata prevista della missione, rimanendo operativo per oltre sei anni terrestri. Durante questo periodo raccolse campioni di terreno, monitorò le variazioni stagionali dell’atmosfera e realizzò i celebri esperimenti biologici destinati a diventare uno dei capitoli più discussi della storia dell’esplorazione spaziale.
La maggior parte dei risultati sembrò indicare l’assenza di attività biologica. Tuttavia, uno degli esperimenti produsse dati compatibili con possibili processi metabolici, dando origine a un dibattito che continua ancora oggi. L’interpretazione prevalente resta quella di una spiegazione di natura chimica, ma studi più recenti hanno suggerito che gli stessi metodi utilizzati potrebbero aver distrutto eventuali microrganismi molto diversi da quelli terrestri che gli strumenti erano stati progettati per individuare.
Questa controversia cambiò profondamente il modo di affrontare la ricerca della vita. La domanda non fu più soltanto «C’è vita su Marte?», ma anche «Come possiamo riconoscere una forma di vita diversa da quella terrestre?».

Negli anni successivi gli scienziati hanno scoperto sulla Terra numerosi estremofili, organismi capaci di vivere in ambienti ritenuti un tempo incompatibili con la vita: deserti aridissimi, sorgenti acide, laghi salati, ghiacci polari e perfino il vuoto dello spazio, come dimostrano i tardigradi. Queste scoperte hanno ampliato enormemente il campo dell’astrobiologia e suggeriscono che, se la vita fosse esistita su Marte, potrebbe essere sopravvissuta in ambienti ancora oggi inesplorati.
L’eredità di Viking non riguarda solo la scienza. Il limitato interesse del pubblico per la missione spinse Carl Sagan a ripensare il modo di comunicare la scienza, dando vita pochi anni dopo alla celebre serie televisiva Cosmos, che contribuì a rendere l’esplorazione spaziale accessibile a milioni di persone.
Oggi la presenza di rover e lander su Marte è quasi una consuetudine. Missioni come Pathfinder, Curiosity e Perseverance, così come quelle in fase di preparazione, sono tutte figlie dell’esperienza maturata con Viking. Tra queste vi è Skyfall, prevista per il 2028, che secondo i piani dovrebbe portare sul pianeta tre elicotteri derivati da Ingenuity, trasportati da un veicolo spaziale alimentato da un sistema di propulsione nucleare. Dotati di strumenti scientifici avanzati, questi velivoli mapperanno i depositi di ghiaccio nascosti sotto la superficie, studieranno i fenomeni meteorologici e contribuiranno a individuare aree sicure e ricche di risorse in vista delle future missioni umane.
Cinquant’anni dopo, il lascito più importante della missione non è soltanto aver dimostrato che possiamo atterrare con successo su un altro pianeta, ma aver trasformato Marte da un punto luminoso nel cielo in un mondo reale da esplorare, studiare e comprendere. Le domande fondamentali restano ancora aperte, ma è proprio Viking 1 ad aver indicato la strada che continua a guidare la ricerca di una risposta.
Per ulteriori approfondimenti
• U. Guidoni e G. Buceti, Vicini Cosmici (Mursia, 2026)
• U. Guidoni, Ascensore per Marte (Gallucci, 2026)

