Nell’antichità, il fascino del cielo stellato e lo sgomento di fronte alla sua immensità sono stati elementi importanti nello sviluppo del pensiero religioso, filosofico e scientifico. Nel mondo di oggi, dove strumenti automatici inviati nello spazio ci mettono a disposizioni immagini e informazioni sempre più complesse, l’Universo non ha diminuito il suo fascino anche se, grazie alla migliore comprensione delle forze che lo governano, lo sgomento è stato rimpiazzato da un senso di meraviglia per i grandi successi che la mente umana è stata capace di ottenere in questo campo.
Successi che sono legati soprattutto all’esplorazione dello spazio, un’era inaugurata dal lancio dello Sputnik, il 4 ottobre 1957 e continuata fino ad oggi. Solo dodici anni dopo, l’uomo era già sulla Luna e si pensava che astronauti sarebbero sbarcati su Marte entro la fine del XX secolo. Si trattò indubbiamente di un inizio travolgente, per certi versi anche ingannevole, in quanto fece sottovalutare i problemi tecnologici legati alle tante incognite di un viaggio interplanetario.
Oggi, ci si chiede se valga la pena di affrontare un viaggio così lungo e rischioso con un equipaggio umano, quando le sonde automatiche potrebbero svolgere egregiamente lo stesso lavoro. La scoperta di forme di vita marziana è destinato ad essere fatto dall’uomo, con le sue mani, o da una capsula automatica predisposta per il ritorno a Terra?
Io credo che il protagonista debba essere l’uomo! Penso che la creatività, l’adattabilità, lo spirito di iniziativa degli esseri umani non possa, almeno per il momento, essere rimpiazzata dalle macchine, anche quelle più sofisticate. In più, l’esplorazione umana dello spazio, va oltre la pura conoscenza e ha ricadute sulla società e sulle nostre concezioni del mondo. La scoperta dell’America non avrebbe cambiato il corso della storia, se a sbarcare sulle coste del nuovo continente fosse stato un robot invece che Cristoforo Colombo.
Lo Sputnik ha dato inizio all’era spaziale, ha spalancato all’uomo le porte del cosmo. Oggi siamo vicini alla concreta possibilità di abbandonare il nostro pianeta, il luogo in cui si è sviluppata la civiltà umana. Come ha scritto il padre dell’astronautica, Constantin Tsiolkowski “..la terra è la culla dell’umanità ma non si può vivere in una culla per tutta la vita..”
Mi auguro che la decisione di lasciare il nostro pianeta possa essere una libera scelta, dettata dalla ricerca di nuove sfide e di nuova conoscenza, per dirla come l’Ulisse di Dante. L’alternativa più pessimistica è di essere costretti ad avventurarsi nello spazio, in gran fretta, per cercare di sottrarci ad eventi catastrofici che rendono impossibile continuare a vivere sulla Terra. I mutamenti climatici, l’esaurimento delle risorse, la sovrappopolazione sono solo alcune delle minacce che incombono sul nostro futuro e mettono a rischio il progresso della civiltà.
Nonostante tutte le difficoltà e le preoccupazioni sono ottimista per il nostro futuro e soprattutto per le possibilità dell’uomo di colonizzare altri mondi. Se guardiamo indietro alla lezione della storia: solo venti anni dopo il viaggio di Cristoforo Colombo, Magellano ed il suo equipaggio furono in grado di circumnavigare il globo terrestre.
Dove sarà in grado di arrivare l’umanità, 100 anni dopo il primo volo umano su Marte? Quali potrebbero essere i cambiamenti sociali e politici di un massiccio fenomeno di migrazione spaziale? Quale sarà l’evoluzione che subiranno gli esseri umani che si avventureranno a vivere sulle colonie di Marte?
Alla metà del secolo scorso, il lancio dello Sputnik ci ha permesso di dare significato a domande come queste, toccherà alle generazioni del nuovo millennio il compito, forse più difficile, di trovare le risposte.